Etichetta: ATP Recordings
Durata: 49:27, 6 tracce
Anno: 2008
Difficoltà all’ascolto: 4
La prima vera sorpresa di questo 2008; che poi di vera e propria non si tratta. I Fuck Buttons sono un duo di Bristol formato da Andrew Hung e Benjamin John Power, insieme dal 2004, ma attivi sulla scena dal 2007, quando, appunto per la ATP Recordings, pubblicarono un singolo a tiratura limitata su 7” chiamato “Bright Tomorrow”. Dopo i concerti tenuti nella seconda metà dell’anno passato, Hung & Power se ne escono con questo disco, magari difficile da digerire ma di una bellezza disarmante. Tutto inizia con “Sweet Love For Planet Earth”: un carillon di tastiere a cui si affiancano, dopo appena un minuto a mezzo, dei colpi di synth palesemente influenzati dalla più radicale cultura minimalista. Per tre minuti non si sentono altro che le solite due tonalità; arrivati ai 4 minuti e mezzo il pezzo prende una piega completamente diversa: ai synth viene data più continuità e solo un minuto più tardi c’è l’ingresso delle voci. A dire il vero chiamarle voci pare un tantino azzardato, visto che all primo ascolto si fa molta fatica a distinguere questo suono da quello di una chitarra brutalmente distorta. Ma così è se vi pare, ed è anche per questo che “Sweet Love For Planet Earth” è una delle più belle, se non la più bella, composizioni di questo inizio 2008. Ma quello che segue non è certo da meno: “Ribs Out” poggia su una solida base dal vago sapore tribale ed è, sostanzialmente, puro delirio. Sono 4 minuti in cui l’unica cosa che si sente è un lento crescendo di lamenti che periodicamente esplode in urla strazianti.Un po’ come immaginarsi i Liars di “They Were Wrong So We Drowned” portati alle estreme conseguenze. Tutto questo è il preludio alle composizioni più sfacciatamente minimaliste di tutto il disco: “Okay, Let’s Talk About Magic” e “Race You To My Bedroom/Spirit Rise”. 19 minuti e mezzo in totale in cui altro non si sente se non quello che ormai abbiamo imparato a conoscere come il “FBs Sound”: synth insistenti, urla disumane e intensità del brano alternativamente in crescendo e calando. Dopo essere arrivati fin qui non ci si aspetterebbe di sicuro un suono “classicamente elettronico” così come viene proposto da “Bright Tomorrow” (traccia numero 5), corretto dai soliti synth e dalle solite parti vocali da metà brano in poi. La chiusura del disco è affidata a “Colours Move”, pezzo che, a sentire il primo minuto, pare dover svilupparsi su linee dolci e melodiche. Non è così: i restanti 7 minuti sono un calderone in cui confluisce un po’ tutta l’esperienza elettronica degli ultimi 25 anni: si sente un po’ di ambient, un po’ di industrial e un po’ di tutt’altro, ben assemblati in un lento crescendo che trova il proprio culmine a un minuto dalla fine, quando il duo decide di congedarsi attraverso la sfumatura della propria composizione verso il nulla. Ed è questo Nulla che resta all’interno dell’ascoltatore alla fine dei 50 minuti: ma è un Nulla che rappresenta il Tutto, una delle esperienze più trascendentali e catartiche che l’arte di Oggi può regalare.
